La storia (romanzata) di una strage.

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maggio 16th, 2012 by Corallina Elle


E’ una storia complessa da raccontare, quella della strage di piazza Fontana, perchè l’esplosione di quella bomba, contenuta in una borsa in semipelle nera posta sotto il tavolo al centro dell’atrio della Banca Nazionale dell’Agricoltura, è il cuore pulsante di un fondamentale quanto oscuro segmento della nostra storia recente. Alle 16.37 del 12 dicembre 1969, quella detonazione violenta segnava, inesorabile, il momento della definitiva perdita d’innocenza della democrazia italiana: 16 morti, 88 feriti, una città intera- Milano- attonita. C’è un altra bomba milanese, ritrovata alla Banca Commerciale Italiana da un impiegato; una bomba che non è esplosa per un difetto del timer, e che viene, inspiegabilmente, fatta brillare alle 21.30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia- ne resteranno, così, soltanto il timer e la borsa che la conteneva (di semipelle nera, uguale a quella di piazza Fontana). Ci sono altre tre bombe, a Roma: la prima esplode alle 16.45 alla Banca Nazionale del Lavoro, la seconda e la terza sono ordigni molto piu’ rudimentali e meno potenti degli altri ed esplodono, rispettivamente, alle 17.16 e 17.24, sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria. Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, sopratutto per la loro ferocia, ma non sarebbe esatto dire che giungono inattese: rappresentano infatti il momento culminante di una escalation di fatti noti ed ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Siamo in Italia, è il 1969, e dall’inizio dell’anno ci sono stati 145 attentati. Un attentato ogni tre giorni, insomma. Sono i presupposti necessaria alla “strategia della tensione”, o al “terrorismo di stato” che dir si voglia. Piazza Fontana, dicevamo, è il cuore oscuro della nostra storia recente: perchè a piazza Fontana si palesa, innegabile, l’esistenza di un preciso disegno politico, di un modus governandi che guarda all’atto terroristico come uno prezioso strumento di controllo.

Romanzo di una strage” inizia con lo sciopero generale per la casa del 19 novembre 1969. Durante gli scontri tra la polizia ed i lavoratori, in via Larga, l’agente Antonio Annarumma muore in uno scontro tra due automezzi della polizia. L’aria pesante che si respirava a Milano in quei giorni, la guerriglia urbana, l’inizio degli anni di piombo- è solo un rapido accenno a quell’altro momento fondamentale, o forse sarebbe piu’ corretto dire segnale premonitore, che fu il caso Annarumma. Caso Annarumma che, ricordiamocelo, è ancora irrisolto: forse un assassinio, ma senza colpevoli- anche se quell’inverno, erano stati accusati, a gran voce, numerosi presunti colpevoli. Senza soffermarsi sulle responsabilità, mai definite, di quella morte né sull’atmosfera torbida che ne era conseguita (culminata nel tentativo di linciaggio di Mario Capanna durante i funerali di Annarumma) e che attanagliava pesantissima Milano in quei giorni d’inverno, Marco Tullio Giordana, regista di questo film tanto importante quanto ambizioso, passa a presentarci il primo personaggio fondamentale della sua storia: Luigi Calabresi, giovane commissario nell’ufficio politico della questura milanese, che degli ambienti della sinistra extra-parlamentare aveva fatto il suo ambito di specializzazione. E’ attraverso la storia di Calabresi, interpretato nel film da Valerio Mastrandrea, che Giordana sceglie di raccontare la sua strage romanzata, con tutte le conseguenze che ne derivano- a partire dalla semplificazione che consegue al ridurre quello che è un pezzo di storia collettiva nella sagoma di un uomo solo. E così a Calabresi si finisce per affiancare Giuseppe Pinelli, il ferroviere che era l’anima del circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa, e che finì “ucciso innocente”; Marco Tullio Giordana ce li mostra addirittura in una libreria a scambiarsi libri come regalo di Natale (il che è accaduto veramente, con la specificazione che “Mille milioni di uomini” di Emanuelli fu regalato da Calabresi, insieme al superiore Antonio Allegra, per il Natale 1968 e solo l’agosto successivo Pinelli contraccambiò con “L’antologia di Spoon River”, che era il suo libro preferito).

Due uomini contrapposti per le rispettive scelte di vita, due uomini ai lati opposti della barricata (due mondi agli antipodi, un poliziotto ed un anarchico), ma comunque- parrebbe suggerirci Marco Tullio Giordana- due uomini che non erano nemici. Ciò che è sicuro, è che le loro vite saranno legate per sempre dalla storia, finendo per essere l’una la negazione dell’altra. Perchè arriva il 12 dicembre 1969, arrivano le 16:37 e la bomba esplode. L’unica certezza di quella notte pare essere la pista anarchica, a distanza di pochissime ore sono già 84 i fermati e tra questi c’è, ovviamente, Pinelli. Pinelli, che in questura ci va da solo, col suo motorino, da quella questura non uscirà vivo. Trattenuto illegalmente (per tre giorni, quando il limite massimo era di due), sottoposto a interrogatori sfibranti affinchè offrisse agli inquirenti argomenti contro l’anarchico ballerino, Pietro Valpreda, che s’era già deciso, fin dalle primissime ore, essere l’ideatore ed autore della strage, Pinelli è stanco, vuole tornare a casa, ma non è disperato- non ne avrebbe motivo, perchè lui con piazza Fontana non c’entra niente, da Valpreda ha preso le distanze e comunque non pensa che possa essere davvero coinvolto nella strage. Cosa sia successo in quella stanza, durante quell’interrogatorio, è una questione complessa, sul quale ad oggi non c’è una “verità vera”: la sentenza del 1975 la ascriverà ad un “malore attivo” (terminologia affascinante da un punto di vista giuridico), prosciogliendo i cinque presenti nella stanza (quattro ufficiali di polizia ed un carabiniere), tra i quali non viene compreso Calabresi. E infatti per Marco Tullio Giordana Calabresi in quella stanza non c’è- anche se Valitutto giura che lui non ha visto uscire proprio nessuno- ma non ci siamo nemmeno noi, ed ecco che siamo a “circa la mezzanotte” (lasciando da parte l’annosa questione dell’effettiva ora del fatto e della chiamata dell’ambulanza), e quel tonfo sordo è inequivocabile. Pinelli precipita da quella finestra al terzo piano, e da quel momento in poi la verità diventa un concetto relativo.

Nel tentativo di srotolare le trame sottese di questo pezzo incredibilmente complesso della storia italiana, Marco Tullio Giordana compie- inevitabilmente- delle scelte, ed alcune di queste scelte sono senz’altro discutibili, a partire dalla storiella delle due borse, due bombe, due mandanti, che riprende una teoria sviluppata nel libro di Cucchiarelli, “Il segreto di piazza fontana”, da cui il film è liberamente tratto. Teoria duramente contestata da Adriano Sofri, condannato nel 1997 come mandante dell’omicidio Calabresi, sempre dichiaratosi innocente (ed assumendosi soltanto, nel 2009, in una intervista sul Corriere della Sera, la corresponsabilità morale), uomo libero dal gennaio di questo anno, che ha pubblicato immediatamente (il giorno dopo l’uscita del film nelle sale) un instant-book intitolato “43 anni”, in cui smonta minuziosamente la ricostruzione del raddoppiamento proposta da Cucchiarelli e resa ancora piu’ fumosa nella strage romanzata di Marco Tullio Giordana.
Poi, ci sono i buchi: a mancare, è sopratutto la società civile. La reazione immediata, accorata, dignitosa che ebbe la città di Milano, il giorno dei i funerali delle vittime, in piazza del Duomo, sotto un cielo color piombo. E’ stato quel giorno, in quella piazza silenziosa, che il golpe è fallito- ed invece Marco Tullio Giordana di quella piazza ce ne offre appena una pennellata, preferendo soffermarsi su un improbabile dialogo tra il golpista Borghese ed il fascista Delle Chiaie, in cui il “Principe nero” si infuria per i numeri della strage. D’altro canto, non bastano i fischi al processo e la scritta sul muro per rendere i due anni della campagna di Lotta Continua contro Calabresi, i murales, il manifesto contro il “commissario torturatore” pubblicato- con le sue 800 illustri firme- sull’Espresso. Con il risultato finale che in questo tentativo di semplificazione, Giordana finisce per lasciare allo spettatore il compito di orientarsi, di discernere realismo e finzione, di approfondire- sostanzialmente, di prendere posizione. In un certo senso, Romanzo di una strage finisce per non soddisfare veramente nessuno; non è contento nemmeno Mario Calabresi, figlio di Luigi, che ha criticato il finale: “Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia, che Piazza Fontana resta una nebulosa oscura e chi è andato vicino alla verità, da mio padre a Moro, è stato ammazzato. Invece la verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiamo che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’ufficio Affari riservati, sappiamo che nel Paese esistevano forze favorevoli a una svolta autoritaria. È pericoloso dare l’idea che non si sappia niente. Sappiamo quanto affermano le sentenze che, se non hanno più potuto condannare, nelle loro motivazioni hanno chiarito le responsabilità‘.”
Il che in realtà è vero fino ad un certo punto, perchè forse conosciamo le responsabilità oggettive e morali, ma giustizia non è stata mai fatta. Comunque sia, scriveva Pasolini già tempo fa: “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia) hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, ed in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”… Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perchè sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia ed il mistero… Perchè la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è sucesso in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.”

Giordana ha senz’altro costruito con perizia il suo “progetto di romanzo” di una strage, portando sullo schermo un film equilibrato ed ordinato, retto da una regia elegante e sostenuto da due buonissime interpretazioni. Il problema di Romanzo di una strage non è però nella sua impeccabile contenitore, bensì nella incompletezza del suo contenuto- che era, del resto, forse inevitabile. In ogni caso, nonostante le sue pecche, resta innegabile il grande merito di aver portato agli occhi del grande pubblico un segmento di storia recente del quale sappiamo e parliamo tutti troppo poco. E un film che fa pensare, domandare, discutere, è comunque un film che va visto.
La prossima volta, però, parliamo di un altro tentativo (a mio parere, assai piu’ riuscito) di strage romanzata, stavolta in versione cartacea- e cioè il rivoluzionario (sempre a mio parere), “Confine di Stato”, prima parte della straordinaria trilogia di Simone Sarasso. Un libro audace, in cui- ancora una volta- realismo e finzione si fondono; lasciando però chiarissima l’intenzione fondamentale, la strada da seguire…