Nascono i Chelsea Light Moving, ma ci mancano i Sonic Youth

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giugno 26th, 2012 by Francesca Torres

Nel 1976 Thurston Moore, un ragazzo di Bethel, Connecticut  decide di voler fare il musicista e si trasferisce a New York City dove si cimenta con il post-punk e con l’hardcore, suonando nei Coachmen e negli Even Worse con l’amico chitarrista Lee Ranaldo (già impegnato nel progetto di Glenn Branca). Ben presto i due decidono di formare un gruppo tutto loro: i Sonic Youth (dal soprannome di Frank “Sonic” Smith degli MC5 ed il trend reggae di infilare la parola Youth in qualsiasi nome), a cui ben presto si aggiunge il batterista Richard Edson – rimpiazzato, poi, prima da da Jim Sclavunos (già nei Teenage Jesus and The Jerks) e più tardi dall’ex membro dei Crucifucks Steve Shelley, tutt’ora coinvolto nel progetto. Con la bassista Kim Gordon i Sonic Youth sono al completo, e nel 1981 lanciano il primo omonimo EP: ignorato da tutti. All’epoca il noise e la no wave erano poco considerate, ma i Sonic Youth hanno la fortuna di fare amicizia con gli Swans che li portano con sé nel loro Savage Blunder Tour in Inghilterra dove, a parte un concerto disastroso a Londra con conseguenti recensioni apocalittiche, ebbero più successo che negli Stati Uniti. Grazie a questa spinta, una volta tornati a New York la loro popolarità cresce esponenzialmente. Così creano il primo album, Confusion Is Sex (1983).

“Chaos is the future, and beyond it is freedom, confusion is next and next after that is the truth” (Confusion Is Next): un accordo ripetuto pressoché per tutta la durata del brano, voce strozzata, aura da ragazzini punk che si esercitano in garage facendo un casino assordante e provocando l’ira dei vicini. Questi sono i Sonic Youth di Confusion is Sex.

Nel 1984 Kim Gordon e Thurston Moore si sposano e poco dopo esce il secondo album Bad Moon Rising, una sorta di panoramica sul lato oscuro dell’America: donne attratte da uomini senza spina dorsale in Brave Man Run, l’alienante immagine della società capitalista in Society Is A Hole (“We’re living in pieces, I wanna live in peace”) fino ad arrivare al ritratto ironico ma raccapricciante dei delitti di Charles Manson e della sua famiglia in Death Valley ’69, con la partecipazione di Lydia Lunch. Da questa canzone fu tratto il primo video dei Sonic Youth, diretto da Judith Barry e Richard Kern, che mostra immagini della band intenta ad andare fuori di testa alternate a stralci splatter di gente fatta a pezzi.

Due anni dopo è il momento di EVOL, acclamato dal New York Times fino al People Magazine, da cui spicca In The Kingdom #19 con al basso Mike Watt dei Minutemen – distrutto emotivamente dalla morte del compagno di band D. Boon in un incidente stradale e notoriamente aiutato da questa collaborazione con i Sonic Youth a ricominciare, pian piano, a suonare. Ironicamente, questo brano parla proprio di una situazione analoga a quella in cui D. Boon trovò la morte: un motociclista investe un animale, venendo catapultato egli stesso sull’asfalto (“I cannot move, everything is about broken, blood everywhere mixing with oil and gas”). Poi ecco un altro individuo, a cui lo sfortunato si rivolge disperato: “some guy there kneeling in the blinded mirage of white light, all my strength to ‘heeeeeelp’”. Ma questo salva l’animale, lasciando il motociclista agonizzante sull’asfalto bollente: “he strode off into the woods with the animal, it still lived, he didn’t glance back at all”. E poi, avete sentito quel rumore a circa 56 secondi dall’inizio della canzone? Sono petardi: Thurston Moore li lanciò contro la cabina (si dice cabina?) in cui Lee Ranaldo stava registrando la canzone. Proprio in contemporanea con il momento esatto dell’incidente. In ogni caso non sapremo mai cosa ne sia stato di quell’uomo, forse i fans all’epoca se lo sono chiesti per un anno aspettando il quarto album Sister (titolo ispirato alla gemella morta alla nascita dello scrittore Philip K. Dick, a cui l’album è dedicato), aperto dalla straziante Schizophrenia. Un lacerante viaggio nella testa di una ragazza divisa a metà dalla sua patologia. “I can feel it in my bones, schizophrenia is taking me home”.

Un altro anno divide Sister da Daydream Nation e la sua candela accesa nel vuoto (dipinto di Garhard Richter), ritratto di una generazione che si apre con la hit da college radio Teen Age Riot, con l’inconfondibile morbida voce di Kim Gordon a ripetere “spit desire” nell’intro che ci prepara al climax, con la descrizione di una generazione autodistruttiva, annoiata, ignava: “it’s getting kind of quiet in my city’s head, takes a teen age riot to get me out of bed right now”. Questa insieme a Hey Joni (tributo a Joni Mitchell), Eric’s Trip (con stralci del monologo di Eric Emerson in Chelsea Girls di Andy Warhol) e Kissability (mi sono sforzata di non citare ogni singola canzone) hanno reso questo quinto full-lenght dei Sonic Youth uno degli album più significativi del noise/post-punk. Anzi, della musica in generale, dalla polka al death metal: addirittura, nel 2006, la Library of Congress ha inserito Daydream Nation nel National Record Registry insieme, tra gli altri, a Giant Steps di John Coltrane e Dear Mama di Tupac (oltre che a registrazioni di discorsi di Thomas Edison e Winston Churchill e della poesia Howl di Allen Ginsberg).

Il 1990 è l’anno del contratto con una major (la DGC, sotto-etichetta della Geffen) e della pubblicazione di Goo con la sua storica copertina (un’illustrazione di Robert Pettimon che rappresenta due testimoni dei Moors Murders) ormai sui petti dei più ferventi fans dei Sonic Youth, che la trovano un imprescindibile vezzo modaiolo. Quest’album fu un successo, ma non troppo: in ogni caso il gruppo riuscì a sfornare le canzoni che nell’immaginario comune li rappresentano meglio. Kool Thing con Chuck D dei Pubic Enemy, Tunic (Song for Karen) dedicata a Karen Carpenter –morta di anoressia-, senza dimenticare Disappearer. Mi ha sempre fatto pensare a quando, dopo essersi svegliati, si cerca disperatamente di ricordare cosa si stesse sognando ma forse, più semplicemente, Thurston Moore ha messo insieme un’accozzaglia di pensieri che può capitare si facciano spazio nella testa di qualcuno durante un lungo, estenuante viaggio. O, ancora, si tratta di gente che scappa dalla polizia e guida tutta la notte, come suggerisce il video:

Ancora prodotto dalla DGC e spinto vigorosamente dalla casa discografica dato il recente successo di Nevermind dei Nirvana, nel 1992 esce Dirty prodotto da Butch Vig (che curò anche Siamese Dream degli Smashing Pumpkins oltre che lo stesso Nevermind – ah ed era/è anche il batterista dei Garbage) a cui la band si rivolse per avere un sound più oscuro con una particolare attenzione alle chitarre. Tempo qualche mese ed uscì questo sesto album, contenente alcune delle canzoni più belle dei Sonic Youth: Drunken Butterfly, Youth Against Fascism con Ian MacKaye alla chitarra, 100% ed il suo videoclip diretto da Spike Jonze (in cui compare lo skateboarder/attore Jason Lee) e Sugar Kane (secondo alcuni riferimento alla cocaina, per altri tributo a Marilyn Monroe – Sugar Kane è il nome del suo personaggio in A Qualcuno Piace Caldo) nel cui video fece la sua prima apparizione Chloe Sevigny, irrompendo in una sfilata di Marc Jacobs tra modelle vestite come Blossom mentre il gruppo suona non curandosi di ciò che succede intorno.

Siamo nel 1994, anno della morte di Kurt Cobain, della nascita della figlia di Thurston Moore e Kim Gordon e della release di Experimental Jetset, Trash And No Star. Anche questo un successo, più che altro commerciale grazie soprattutto a Bull In The Heather (parlando di icone anni Novanta, ovviamente fu utilizzata in alcuni episodi di Daria e Beavis & Butt-Head e nel video ufficiale c’è Kathleen Hanna delle Bikini Kill che zompetta dando fastidio al gruppo, soprattutto a Thurston Moore che si beccò pure un cazzotto accidentale), cantata da Kim Gordon quasi come fosse una filastrocca.

Se vogliamo parlare di canzoni talmente belle da creare crolli emotivi non si può non citare The Diamond Sea che chiude il nono album Washing Machine (1995). Dura circa venticinque minuti e riesce comunque a sembrare troppo corta. Una di quelle canzoni di cui non si ha mai abbastanza, che si mettono in repeat ma non si raggiunge mai il momento in cui si è così pieni da voler gettare lo stereo dalla finestra. Che dire, invece, di Sunday (da A Thousand Leaves del ’98)? Da ottobre a febbraio è la mia (e penso anche quella di altre duecento milioni di persone) canzone da depressione domenicale, banalmente. Ma è perfetta per uno stato d’animo del genere, soprattutto per quelle disgraziate relazioni in cui ci si riesce a vedere solo la domenica sera: “a perfect ending to a perfect day”. Come trasformare il giorno più brutto della settimana in quello pià bello. Aggiungiamoci anche un video fatto da Harmony Korine, quasi tutto in slow motion e con il povero Macaulay Culkin, e l’atmosfera creata dalla canzone diventa ancora più tangibile.

 

L’ultimo album con la Geffen è Murray Street del 2002, sulla cui copertina compare la già citata figlia della coppia Gordon-Moore, Coco Hayley (è la bambina bionda sulla destra e se siete fans di Gilmore Girls l’avrete anche vista, più cresciuta, suonare nella piazza cittadina dell’immaginaria Stars Hollow. Ha inoltre una band tutta sua, chiamata Big Nils). Questo, insieme al successivo Sonic Nurse del 2004 segna una sorta di ritorno agli inizi, un regredire ovviamente in positivo che però non significa semplicità. Molti gruppi partono con cose semplici e ad un certo punto maturano, i Sonic Youth forse hanno fatto il contrario (basti pensare che i loro primi lavori vennero snobbati dalla critica newyorkese perché considerati troppo “artsy”) muovendosi, poi, tra ricercatezza e semplicità in modo altalenante. E proprio di semplicità non si può che parlare ascoltando il successivo album Rather Ripped (2006) dal nome di un vecchio negozio di dischi di Berkeley, il perfetto posto in cui dei brani come quelli contenuti in questo quindicesimo album potrebbero essere ascoltati mentre si spulcia tra i dischi a un dollaro. Ci sono pezzi senza tempo come Sleeping Around e Incinerate (“the firefighters hose me down, I don’t care, I’ll burn out anyhow” – pelle d’oca sia per questa frase che per i giri di chitarra di tutta la canzone) che, ad ascoltarle senza sapere da dove provengano, potrebbero sembrare pescate da un album di dieci anni prima, o ballate come Do You Believe In Rapture? piena di dubbi sulla cristianità (o chissà cos’altro, come sempre mia interpretazione del tutto contestabile e insultabile).

Due anni dopo l’uscita dell’ultimo album The Eternal (2009) questa volta per la Matador Records, arriva anche la notizia della separazione tra Kim Gordon e Thurston Moore dopo ben ventisette anni di matrimonio in cui sono cresciuti insieme non solo come persone ma come musicisti: “I can’t think of how or where I’d be without Kim’s influence. And we’re like any couple that’s been together for close to 30 years. There’s a genuine psychophysical connection. Sometimes I feel things happening in me, and I know that something’s going on with her. When you’re married and you have that kind of connection, you become really spiritually, psychologically connected. We grew up together, in a way”, diceva Thurston Moore qualche tempo prima. Nonostante avessero assicurato che questo non avrebbe messo in pericolo i Sonic Youth, appena un mese dopo il chitarrista Lee Ranaldo annuncia un congelamento della band non specificando se sarebbe stato temporaneo o definitivo – per il momento non ci sono nuovi progetti targati Sonic Youth all’orizzonte, ma forse possiamo consolarci con il nuovo gruppo di Thurston Moore: i Chelsea Light Moving.

Insieme al chitarrista Keith Wood, alla bassista Samara Lubelski e al batterista John Maloney, la primavera scorsa Thurston Moore ha registrato alcune tracce che presto faranno parte di un album che è ancora un work in progress e di cui si sa poco e niente, se non che uscirà per la Matador e che una delle canzoni si chiama Burroughs. Il testo, oltre che il titolo, è un tributo al celeberrimo scrittore americano autore di romanzi come Pasto Nudo e Porto Dei Santi. In particolare, per stessa ammissione del gruppo, prende il via da una frase che William Burroughs ha scritto in Last Words: The Final Journals. Lui scrive “Love? What is it? Most natural painkiller what there is” e Thurston Moore finge di non capire: “Hey Billy, what’s your cure for pain? The sweetest drug is free, would you shoot it into me?”
Burroughs non può che ricordare il sound dei Sonic Youth, nonostante la line-up sia totalmente differente oltre che per Moore, ovvio. La sua chitarra quasi scordata è inconfondibile, il ritmo semplice e incalzante ne fa una di quelle canzoni su cui fare su e giù con la testa (l’avete fatto!), gli stacchi sono brevi ma intensi e si incastrano a mosaico con il resto della struttura, rendendolo un brano che fa ben sperare per l’album che uscirà a breve. Spero vivamente di non dovermi rimangiare queste parole, serve un gruppo che riempi il vuoto lasciato dai Sonic Youth e credo proprio che questo non sarà colmato dal progetto di Kim Gordon, Thurston Moore e Yoko Ono che hanno fatto un pezzo insieme, Early In The Morning (acquistabile qui, su iTunes o in vinile) per raccogliere fondi per lo Tsunami che lo scorso anno ha colpito il Giappone. E’ un mio limite, ma piuttosto che ascoltare Yoko Ono mi darei una cacciavitata nel crociato anteriore.

In ogni caso io descriverei Burroughs con un’immagine che ho trovato, senza dilungarmi più di tanto: