“We’re on the edge of Burma!”

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luglio 10th, 2012 by Francesca Torres

Quando i nostri genitori ci dicono che ascoltando la musica a tutto volume e andando ai concerti zozzi diventeremo sordi, forse non stanno esagerando. Basta vedere qual è stata la fine dei Mission of Burma: dopo una manciata d’anni di attività e due album, nel 1983 si sono sciolti a causa dei gravi problemi alle orecchie del chitarrista Roger Miller dovuti proprio alle loro esibizioni. Nonostante l’aspetto da bravi ragazzi inoffensivi, a Boston e dintorni i loro concerti erano famosi per essere degli eventi di smantellamento di timpani grazie alle manipolazioni sonore dell’ingegnere del suono Martin Swope (annoverato tra i membri “veri e propri” del gruppo).
I Mission of Burma sono spesso stati associati ai Gang Of Four e ai Wire, allo stesso tempo lusingando e divertendo la band. “La loro musica è ordinata, la nostra è un casino”, ha dichiarato Miller in un’intervista, “nella nostra musica niente è al proprio posto, ci hanno spesso detto che sarebbe fantastico se ciascuno di noi suonasse la stessa canzone nello stesso momento”. Ne è testimonianza il live album The Horrible Truth About Burma, registrato durante il tour d’addio dell’83 e pubblicato due anni dopo, contente le performances di alcuni brani storici come That’s When I Reach For My Revolver (rifatta un po’ da chiunque, da Moby a Graham Coxon).

Contenuta nell’EP Signals, Calls, And Marches, insieme a brani come This Is Not a Photograph e la strumentale All World Cowboy Romance pose le basi per il primo ed unico album prima della rottura, Vs. del 1982, annoverabile a mani basse tra gli album più importanti del post-punk. E’ difficile immaginare gruppi come Fugazi o Sonic Youth nascere senza aver ascoltato almeno una volta il rumore del plettro che struscia sulle corde e il fraseggio velocissimo di Secrets, l’inconfondibile intro di Trem Two o la voce di Roger Miller che canta “I said my mother’s dead, well I don’t care about it” in The Ballad Of Johnny Burma. Menzione speciale per i R.E.M. che suonavano Academy Fight Song regolarmente durante il loro Green Tour del 1989, includendola poi anche nel singolo del rifacimento di Good King Wenceslas uscito per il Natale dello stesso anno.

 Eppure, questi quattro ragazzi del Massachusetts pazzi per i Ramones e i Soft Machine dovettero mollare il colpo proprio quando le cose stavano cominciando, seppur lentamente, a muoversi a partire dalla firma del contratto con la Matador Records. Ma non starei parlando di loro se fossero ormai molti e sepolti da quasi trent’anni (anzi, sì, è probabilissimo che l’avrei fatto). I Mission of Burma si sono infatti riuniti nel 2002 con la sola eccezione di Martin Swope, il cui posto è stato preso da Bob Weston (proprio quel Bob Weston degli Shellac), e da allora hanno sfornato un album dopo l’altro: ONoffON (2004), The Obliterati (2006) e The Sound The Speed The Light (2009), tutti contenenti un sacco di materiale che il bassista Clint Conley aveva scritto negli anni (confluito anche nell’altra sua band, i Consonant) e che, grazie anche alla rinnovata attenzione che Michael Azerrad aveva portato sui Mission of Burma nel suo libro Our Band Could Be Your Life, i quattro decisero di regalare ai loro sempre presenti fans, che si meritavano di assistere ad un concerto fresco di canzoni nuove piuttosto che partecipare ad una di quelle tristi reunion in cui tutti ad un certo punto si mettono a piangere sotto il palco – per questo dobbiamo ringraziare il diktat di Roger Miller, che minacciò di non partecipare se non dietro la promessa della creazione di nuovi brani.

Alcune vecchie gemme (come Playland), però, furono incluse, ma hanno una scusa di ferro per averlo fatto: erano vecchie canzoni registrate in modo rozzo, tanto per, e suonate live qualche volta. Quindi, non essendo mai state inserire prima in nessun album, sono tecnicamente nuove. Non fa una piega, e li perdoniamo facilmente per la debolezza: in realtà, la scelta di alternare materiale vecchio e nuovo rese il ritorno dei Mission of Burma meno spettacolare ma più rassicurante. Come se fossero andati a fare un giro intorno all’isolato, prendendosi una pausa tra una registrazione e l’altra.

 Stessa cosa per l’ultimogenito Unsound, fresco d’uscita, che segna anche la fine del rapporto con la Matador e la scelta di affidarsi alla britannica Fire Records (attuale etichetta dei Liars, in passato occupatasi di gruppi come Pulp e Lemonheads) oltre che il risultato dell’efficace mistura artistica di Roger Miller, lontano dalla comoda struttura strofa-ritornello-strofa e più propenso a ritmiche meno immediate a causa soprattutto della sua ferrea formazione da pianista, e l’irrefrenabile schiettezza di Clint Conley.

Miller, nonostante abbia ancora problemi alle orecchie, ha sostituito le caratteristiche cuffione che indossava ad ogni concerto con degli speciali tappi in gomma che da quel che ho capito bisogna tirar fuori con i petardi che sparano al quartiere San Paolo (ridente rione barese) a Capodanno. Probabilmente sarebbero utili anche a noi se mai andassimo a vedere un futuro concerto dei Mission Of Burma, perché non si sono calmati neanche un po’ e lo capiamo subito dal ritmo convulso della prima traccia Dust Devil, scelta come primo singolo e seguita da Semi-Pseudo-Sort-Of-Plan, un brano dal sapore garage che ricorda molto i Barracudas. Mentre con si può che pensare ai Minutemen ascoltando Sectional In Mourning, la mia personale preferita insieme alla caotica This Is Hi-Fi.
Second Television e 7′s, con la loro immediatezza punk, ci riportano indietro a brani come la già citata Academy Fight Song. E poi abbiamo canzoni più viscerali, che sembrano aver passato troppo tempo in un’immaginaria incubatrice dove sono state alimentate più della norma da quanto sono ricche: parlo di ADD In Unison e di Opener che al contrario di ciò che indica il suo nome chiude l’album, lasciandoci con il pensiero che una mezz’ora passata ad ascoltare un album dei Mission Of Burma è sempre, sempre ben spesa.