Pearl Jam + Amleto = “A King of Infinite Space”

Chi, durante l’infanzia, non ha letto “Guerre in Famiglia” di Jerry Spinelli ha buttato via un’opportunità unica per prepararsi a serie TV epiche come Shameless (preferendo la versione americana, come sempre più rozza dell’originale inglese), nella quale per dare il via ad una faida non basta il ritrovamento di un pelo di dubbia provenienza su uno spazzolino da denti (come avviene nel libro, il cui titolo originale è proprio “Who Put That Hair in My Toothbrush?”), ma bisogna arrivare al triangolo amoroso tra il padre alcolizzato, il figlio adolescente e la fidanzatina 16enne di quest’ultimo. Un altro motivo per cui il libro di Spinelli è un romanzo di formazione è l’episodio in cui la scuola frequentata dai protagonisti Megin e Greg decide di mettere in scena una versione moderna di Romeo e Giulietta , in cui quest’ultima lavora in uno di quei fast food in cui alle cameriere viene espressamente richiesto di indossare gonnelline soft-porno e pattini a rotelle, mentre Romeo è un teppistello di una gang rivale a quella della famiglia di Giulietta (purtroppo sto cercando di ricordare tutto a memoria non potendo consultare il libro, che mi fu rubato alle medie durante una sottospecie di “Progetto Lettura” da uno che credo sia ormai in galera da tempo). Tra tranci di pizza e mozziconi di sigarette sporchi di lucidalabbra da due lire, si sviluppa la travagliata storia d’amore tra i due adolescenti. Tutto questo veniva scritto nel 1984 e da allora (oltre che prima) probabilmente si saranno susseguite centinaia di versioni più o meno grottesche di un gran numero di opere di Shakespeare. E’ arrivato anche il momento dei Pearl Jam, le cui canzoni sono state usate per una singolare versione dell’Amleto.

E’ un musical Off-Broadway, si chiama “A King of Infinite Space” e, per chi si trovasse da quelle parti, è attualmente in scena allo spazio artistico newyorkese HERE. “C’è del marcio a New York City”, poiché la sanguigna storia shakespeariana è ambientata nel Lower-East Side di Manhattan e prende il via dal momento in cui Amleto torna a casa dal college e trova sua madre a letto con lo spietato zio Claudio, che vuole trasformare lo storico palazzo Elsinore in un condominio di lusso. Ma aspettate di leggere quando si manifesta il fantasma del padre: dopo un trip di acidi con Orazio, amico -ovviamente ispanico- di Amleto, a cui vengono affidate tutte le battute in slang messicano. Queste vengono inspiegabilmente alternate a battute tradotte in Inglese moderno ed altre lasciate così come le aveva scritte Shakespeare, come il famoso monologo “Essere o non essere” (probabilmente perché gli autori non riuscivano a tradurlo decentemente).
Cosa c’entrano allora i Pearl Jam in questa strampalata versione dell’Amleto? Forse sono l’elemento più apprezzabile, poiché questa produzione inserisce la storia negli anni Novanta. Quindi grunge, quindi Pearl Jam, quindi Ten, uno degli album più incisivi di quel periodo. Le canzoni sono inserite in modo talvolta totalmente insensato, come Alive che racconta una storia che con l’Amleto non c’entra niente (ovvero la scoperta, da parte di Eddie Vedder, che colui che ha sempre chiamato ‘papà’ in realtà non è il suo vero padre), ma altre volte sono perfettamente calzanti, così tanto da far pensare di essere state scritte apposta per accompagnare una scena della tragedia. Le parole di Jeremy, ad esempio, vengono utilizzatate per creare il dialogo tra Amleto ed i due becchini nella scena del seppellimento di Ofelia, mentre State of Love And Trust fa da appropriata cornice alla storia dei due innamorati.
Insomma, quest’adattamento di Jerry Ruiz si presenta come un terribile (o geniale?) miscuglio di linguaggi, riferimenti pop e canzoni del gruppo di Seattle, ma (avendo la fortuna di essere a New York d’estate) spenderei volentieri dodici dollari per passare ottanta minuti osservando scene come quella in cui Ofelia canta Black strappandosi i capelli, sarebbe a dir poco destabilizzante.
